susino di ardore
- Orlando Sculli

- 6 gen 2020
- Tempo di lettura: 3 min

Con il prof. Giuseppe Bova mi lega un rapporto di amicizia trentennale basato sull’affetto reciproco e sull’interesse comune per il nostro territorio tanto prezioso, ma altrettanto trascurato dagli abitanti che stanno vivendo un periodo di perdita d’identità dovuta all’introduzione nel nostro mondo di falsi valori basati sul nulla. Naturalmente ha inciso in maniera determinante l’emigrazione di massa che ha determinato la morte della nostra civiltà contadina basata sui valori veri, frutto dell’eredità ellenica, romana e bizantina. Agli inizi degli anni novanta del 900, ci trovammo assieme a insegnare nell’ex Istituto Magistrale di Locri e subito venne fuori l’interesse comune per il mondo fragilissimo dell’agricoltura nel nostro comprensorio, dove l’ulivicoltura nel passato era un settore importantissimo per l’economia. Parlando di ulivi ogni tanto gli portavo delle drupe di ulivi particolari, mentre egli faceva altrettanto, portandomi in visione delle olive di ulivi rari, tra cui la Gonzalez e la Bianca di Ardore, che in seguito studiati dalla dott. Samanta Zelasco del Crea di Cosenza, risultarono cultivar antichi presenti sul territorio da chissà quanti secoli. A un certo punto nel nostro dialogo s’inserì un personaggio dalla competenza particolare nel campo dell’ulivicoltura, l’insegnante Antonio Grenci, cugino del gentilissimo e sensibilissimo dott. Giuseppe Grenci esempio di correttezza nel campo politico nel mondo particolarmente disastrato della Locride. Egli curava un campo preziosissimo, in contrada Notaro, che era un eden della biodiversità del comune di Ardore, dove accanto a tante varietà di fruttiferi, peri, meli, mandorli ecc., spiccava una concentrazione di circa 27 varietà di ulivi, presenti in un campo insidiato da mucche e capre a pascolo brado, che specie d’estate guardavano con desiderio all’oasi verdeggiante di Grenci, che quotidianamente controllava l’efficienza della recinzione, rafforzandola come un campo di concentramento. A un certo punto svilito dall’assedio continuo delle capre fameliche buttò la spugna e vendette il suo preziosissimo campo, ma io avevo fatto in tempo a recuperare due varietà di ulivi, rarissime che erano quasi unici ad Ardore; il campo in seguito è stato attraversato da un incendio. Il mio rapporto con la biodiversità di tale territorio è passato anche attraverso il dott. Grenci che possiede un grandissimo orto ad Ardore Superiore, dotato di un pozzo sempre ricco d’acqua, trasformato grazie a piante autoctone e rare in un piccolo paradiso terrestre. Preziosa è stata anche la collaborazione con Natalino Zucchelà che resiste in contrada Notaro con la sua preziosa vigna e con tante varietà di peri, ulivi, mandorli e prugni ecc. Il padre del prof. Bova, Carlo, aveva curato con amore e con estrema competenza i suoi campi, addirittura uno in una zona accidentata a ridosso del comune di Benestare, dove c’è la presenza di una quercia monumentale, mentre un altro era situato a ridosso del centro di Ardore Marina, mentre un terzo lo coltivava in contrada Schiavo, preziosissimo per essenze antiche e uniche. Addirittura cresceva in modo rigoglioso un albicocco d’origine borbonico, per cui era particolarmente apprensivo, in quanto era unico e cercava di diffonderlo; era particolarissimo ed ovviamente da antica data nel territorio. I suoi frutti erano precoci, venati di rosso, belli persino da vedere e non erano soggetti alla mosca della frutta e la particolarità più importante era costituito dal fatto che il seme dell’osso era dolce come quello delle mandorle. Offriva gli innesti a quelli che glieli richiedevano ed era riuscito nell’intento di diffonderlo, quando all’improvviso seccò il suo e cominciò la ricerca tra quelli a cui aveva dato l’innesto. Aveva saputo che un suo conoscente l’aveva innestato in una contrada di Benestare a ridosso di San Nicola e l’aveva pure individuato e attendeva il periodo adatto per salvarla, ma d’estate un incendio la distrusse. A Schiavo curava una vigna particolare con tutte le varietà più tipiche di Ardore, tra cui il Castiglione, il Nerello, due varietà di Guardavalle, una Malvasia bianca e un’altra nera ed anche delle Inzolie, mentre tante erano le varietà da tavola, tra cui la Vite di Gran Sorta. Carlo poi aveva una passione particolare per i susini e più di quindici addietro assieme a suo figlio Giuseppe mi portò a Schiavo e mi fece vedere le sue piante particolari e in tempo opportuni ebbi modo di assaggiare i frutti delle diverse varietà, che cominciavano i primi a maturare a maggio, altri a giugno, altri ancora a luglio, poi ad agosto, a settembre, con una varietà tardiva che maturava a ottobre. Restai estasiato per una varietà che matura le susine tra luglio e agosto che sono molto aromatiche, di pezzatura media dal colore violaceo, che quando vengono aperte mostrano una polpa violacea che sa addirittura di fragola. La pianta era a ridosso di un valloncello e da quanto ho capito dal racconto del prof. Bova, è stata distrutta da alcuni muratori che hanno costruito un muro di contenimento.
Orlando Sculli




Commenti