rignunedu di caulonia
- Orlando Sculli

- 6 gen 2020
- Tempo di lettura: 4 min

Caulonia, per la gentilezza dei suoi abitanti induce ad amare anche tutto il suo territorio che è bello e interessante, anche sotto il profilo della biodiversità. Naturalmente, man mano che le persone anziane se ne vanno, la biodiversità riceve dei colpi mortali, anche a Caulonia in quanto sono proprio loro che hanno fino al momento supportato le tradizioni. Personalmente ho constatato ciò, cominciando a frequentare le campagne di Caulonia con sistematicità a partire dal 2003, quando iniziai un percorso programmato per l’intera provincia di Reggio, per cercare di salvare il maggior numero di viti e di collocarle in un luogo unico dove proteggerle. Ad un certo punto capii che esso era un bacino molto ricco e che bisognava studiarlo prima che fosse troppo tardi e cominciai un percorso interessante puntando su alcune persone anziane, tra cui Antonio Castafaro, abitante nella frazione Campoli ed Emilia Maiolo della frazione di Ursini abitante in contrada Vallone Percia e tra i “ giovani”, il mio amico Santo Strati. Il rapporto con Castafaro fu meno intenso in quanto egli fu costretto ad abbandonare due vigne molto importanti per la biodiversità viticola, una in contrada Ritari, l’altra non molto distante da Campoli, che erano state oggetto delle mie indagini. Le vigne sono state abbandonate per via degli attacchi devastanti dei cinghiali, che in molte parti della Calabria sono diventati una piaga, che sta determinando, un ulteriore abbandono delle terre, mentre le autorità preposte si disinteressano. Le mie visite al campo di Emilia Maiolo continuarono intense, in quanto ella continua ad essere molto attiva nel mantenimento delle essenze ereditate dai suoi genitori. Già dalla prima vola che l’incontrai mi colpì il suo modo elegante di proporsi agli altri con la sua generosità e freschezza, quasi mi presentò la sua capra pezzata bianca e nera, jèrina, come viene chiamata nella Locride meridionale, poi la sua vigna e infine l’orto, ricco anche di essenze arboree molto rare e in estinzione. Restò meravigliata per le mie visite ripetute e quasi dapprima mi considerò uno sciocco e un perditempo in quanto quello che cercavo di proporre agli altri era senza speranza, tanto ovvia ormai era la strada che portava a rifornirsi di piantine nei consorzi agrari o a rinunciare a mantenere le viti, i peri o altro che abbiamo da millenni e stiamo perdendo per sempre. Secondo le stagioni, ebbi modo di conoscere le diverse essenze che arricchivano il suo piccolo mondo magico, dai pomidori-campanella, dalla forma quadrangolare, che raggiungevano i quattro metri di altezza, qualora fossero stati “impalati” con delle robuste canne, alla “dolica” (il termine era riferito in zona ai fagioli di origine africana), una strana brassicacea, secondo quanto affermò il dott. Cifarelli in seguito, del CNR di Bari, quando venne in Calabria per cercare di salvare dei semi dall’estinzione, consegnandoli alla banca dei semi di Bari, la seconda per importanza in tutta l’Europa, vicino alla chiusura, per via della politica irresponsabile italiana, che non la sta finanziando più. In riferimento alla “dolica”, Emilia mi raccontava che la producevano per intrattenere le scrofe con i maialini, quando li portavano alle fiere del bestiame per venderli. I semi erano impercettibili quasi alla vista, se considerati separatamente e di essi erano ghiotti i maiali, per cui per immobilizzarli nelle fiere, veniva ricavato un minuscolo pianoro per terra, ripulito dalle erbacce e su di esso veniva riversata una manciata di “dolica” e i maiali, incantati, cercavano di recuperarne i semi, applicandosi con diligenza a quell’operazione impossibile per tutto il tempo in cui si svolgeva la fiera. Personalmente ho perso i semi, in seguito alla pulizia primaverile portata avanti in casa da mia moglie, ma dopo che ne consegnai una parte, ritualmente, al dott. Cifarelli, assieme a Emilia, che da parte sua, era l’ultima, non ha avuto motivo di seminarli più. In un’estata non precisata, ebbi modo di visitare l’orto estivo e fra le altre piante, osservai delle piante di fagioli rampicanti dai fiori candidi, che producevano dei baccelli simili a quelli dei piselli, molto produttivi; i semi li possedeva all’epoca solo lei. Mi raccontava che il termine con cui sono definiti deriva dalla somiglianza dei fagioli sgranati e secchi alla forma dei reni. Essi sono candidi e venivano usati non freschi, ma contribuivano a costituire le riserve invernali nel passato e venivano coltivati in ogni orto estivo di Caulonia. Sicuramente sono d’origine americana, arrivati in Europa dopo la scoperta dell’America, in quanto non appartengono al tipo “dòlicon”, allungato, d’origine africana, presente già negli orti egiziani nel terzo millennio a.C. L’anno scorso, assieme ad un altro visitatore, andai a far visita a Emilia, che mi comunicò che aveva rischiato di perdere i semi del Rignunedu di Caulonia, in quanto dei cinghiali le avevano devastato l’orto estivo, arrecando dei danni anche alla vigna costituita da viti che sono state tramandate da secoli, ma vicine a essere perse per sempre. A questo punto è indispensabile creare una rete di volontari capaci di conservare i semi negli orti e altro, prima che sia troppo tardi. Forse nella primavera prossima, assieme a Romolo Piscioneri di Caulonia, comincerò a diventare operativo, consegnando i semi di fagioli (possiedo circa quaranta varietà) ad anziani contadini che nei propri orti li coltiveranno separatamente, ognuno coltiverà un tipo, in quanto essi seminati assieme ad altri tipi, perdono la loro originalità, ibridandosi.
Autore:
Orlando Sculli




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