l'arrivo deri greci
All’inizio del VII sec. a. C. una spedizione di coloni greci, non si sa se proveniente dalla Locride Ozolia o dalla Locride Opunzia, sbarcò allo Zefirio e fondò la colonia di Locri Epizefiri, ma dopo quattro anni gli abitanti spostarono l’insediamento nell’attuale piana di Locri, secondo quanto afferma Strabone[1].
Lo spostamento a nord, avvenne a danno delle deboli comunità di Siculi, che con un patto spergiuro vennero prima ingannati e poi probabilmente massacrati[2].
Di tutto ciò non ci sono tracce nel territorio, ma piuttostodei deboli indizi costituiti da frammenti di embrici ellenici o di pitos. Non ci sono fonti storiche né antiche né recenti che ne parlino specificatamente e allora bisogna ricorrere a supposizioni e a deduzioni.
Durante la sua visita ai palmenti del territorio, Attilio Scienza dell’Università Statale di Milano, affermò di aver visto analoghi manufatti nell’isola di Chio, in Grecia, di cui almeno una parte sono collocabili cronologicamente attorno al mille a. C., mentre Lin Foxhall dell’Università di Leicester in Gran Bretagna, disse di aver visto di simili nell’isola di Egina, dove sono stati catalogati un centinaio.
Di conseguenza quelli dell’area in questione sarebbero stati prodotti dalla civiltà ellenica espressa da Locri Epizefiri, dal VII al IV sec. a. C., almeno in buona parte, tanto più che nei pressi di essi, in due località distinte, in contrada S.Domenica e Carruso, nel comune di Ferruzzano,sono stati rilevate frammenti di embrici, di dolii, un frammento di vaso locrese e un frammento di vaso corinzio, nonché un fondo di un’anfora MGS.
Vandermesch, che ha studiato la diffusione nel Mediterraneo delle anfore vinarie MGS che nella sigla sottintendono Magna Grecia e Sicilia, annota che dalle coste della Siria in Medio Oriente, fino al Tartesso (Portogallo) sono state trovati frammenti delle suddette anfore, tra cui quelle di Locri Epizefiri, le MGS II e le MGS III e quelle delle sue sottocolonie di Medma ed Hipponion[3].
Probabilmente le viti piantate dovevano produrre dei vini che assecondassero i gusti dei clienti e probabilmente quelli provenienti da tali territori erano costituiti da passiti in prevalenza.
Ateneo scrittore greco vissuto, a cavallo del II e III sec. d. C., nella sua opera Sofisti a Banchetto, ci parla del vino Caicino, considerato ottimo, paragonandolo al Falerno, che era considerato presso i romani il principe dei vini.
Gli esperti contemporanei di vino automaticamente e con determinazione localizzano la produzione di tale vino, definito da Ateneo “nobile e simile al Falerno”[4] nella Campania, collegandolo al Falerno stesso, però ignorano dove si trovasse il Caicino.
Naturalmente a questo punto ci soccorre il più grande storico dell’antichità, Tucidide,chedescrivendo la guerra del Peloponneso esportata in Italia, parla di una battaglia combattuta attorno ad una fortificazione locrese nei pressi di un fiume,il Caicino, non lontano dal confine con lo stato di Reggio.
Il fiume che seguiva il precedente verso sud, l’Alece,segnava il confine tra Locri e Reggio ed è stato identificato con sicurezza nell’attuale Palizzi, per cui il fiume Bruzzano è da identificarsi con il Caicino o allontanandosi di più verso Locri, con il La Verde.
Nei pressi di questo corso d’acqua, alla fine dell’inverno del 427 a. C., un contingente ateniese guidato da Lachete s’impadronì della fortezza sul Caicino, battendo la guarnigione locrese, costituita da 300 soldati, guidata da Prosseno figlio di Capatone[5].
Nel 426 a. C., alla fine dell’inverno, i locresi contrattaccarono sul fiume Caicino, riprendendosi la fortezza, presidiata da soldati ateniesi al comando di Pitidoro[6].
A questo punto non si può sfuggire alla ovvia conclusione che il prestigioso Caicino dell’antichità classica si otteneva premendo le uve delle colline, tra il Bruzzano e il La Verde, costellate da centinaia di palmenti scavati nella roccia.
[1]Strabone,Geographia– L’Italia, VI-2-4, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, I ed, 1988.
[2]Polibio, Storie, Libri X-XXI, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1988, pp.XII-6.
[3]Christian Vandermersch, Vins et amphores de Grande Grèce et de Sicile IV-III s. avant J.C.,E’tudesICentre Jean Bérard, Naples 1994, pp 61-81.
[4]Athenaeus, The Deipnosophists, vol. I, HarvardUniversity Press, London MCMLI-I, 26.
[5]Tucidide, La Guerra del Peloponneso, libro III-103, Arnoldo Mondadori Editore, Cles (Tn ), 1997.
[6]Tucidide,La Guerra del Peloponneso, libro III-115,Arnoldo Mondadori Editore, Cles ( Tn ) 1997
